Nel corso di questo e del prossimo mese, a Rovereto, presso la galleria di Paolo Maria Deanesi, c’è un’interessante e significativa mostra dell’artista cubano Diango Hernández (1970). In passato, per la prima volta in Italia, aveva già esposto nello stesso spazio. Per le sue vicissitudini, di uomo e di artista, che mal sopporta, come tutti noi, limitazioni di libertà, sia politica, sia espressiva, e che, nel 2003, ha lasciato Cuba, proprio a causa di queste restrizioni, venendo ad abitare a Trento, è stimolante fare un confronto, sia umano sia artistico. Dall’anno scorso, a causa della sua attività artistica, vive e lavora a Düsseldorf, in Germania, ma mantiene rapporti stabili con la nostra provincia e con l’Italia. In questi giorni è rientrato a Trento, perchè a Verona, è esposta una sua opera, con cui ha vinto un importante premio, che consiste nell’acquisizione dell’opera e che, a manifestazione conclusa, verrà data in deposito ed esposta, in modo permanente, nelle sale della Galleria di Arte Moderna di Palazzo Forti di Verona e dal mese di novembre diventerà l’immagine portante della comunicazione di ArtVerona per l’edizione 2008.

Lo abbiamo incontrato per parlare con lui di arte e libertà.

Tra qualche giorno, a Verona, in occasione di Art(Verona 2007, all’ingresso della Fiera, tutti i visitatori vedranno ‘Il mio parco’, l’opera con cui ha vinto il premio ‘Icona’ di quest’anno. Ci può parlare dell’opera?

-’Il mio parco’ è una specie di monumento all’attesa. L’attesa per la felicità. L’attesa per la libertà. L’attesa per dei politici migliori. L’attesa per un mondo senza presidenti. L’attesa per la fine del dispotismo, dei crimini di stato e di guerra. L’attesa del giorno dove la mattina non sia per lavorare, ma per essere a fianco di coloro che amiamo e l’attesa di persone che siano capaci di vedere nell’arte, non solo una fuga, ma un modello fondamentale di vita.

Lei ha lasciato Cuba nel 2003 e la prima città europea in cui ha vissuto è Trento. Qual è il motivo che l’ha portata qui?

-Sono venuto per essere più vicino a mio fratello che abitava già da tempo a Trento e con il proposito d’imparare di più della cultura europea, che mi ha sempre interessato tanto e, conseguentemente, per sviluppare le mie idee e la mia arte.

Ora presso la Paolo Maria Deanesi Gallery di Rovereto è in corso una mostra ‘Power Pencil’ (Il potere della matita), la seconda nella stessa galleria dopo qualche anno. Che opere ha presentato questa volta?

-Ho presentato un gruppo di disegni ingranditi che dialogano con un lavoro scultorio esposto nella seconda sala della galleria. La sopradimensione degli elementi mostrati è molto importante ed è anche tramite quest’operazione d’ingrandimento che possiamo vedere l’urgenza, la necessità di cambiare e sovvertire la nostra visione della realtà. Le grosse matite mostrate sono servite per disegnare l’incomprensibile, un casino d’elementi che non hanno logica alcuna. L’inverosimile da dove dobbiamo ricominciare. È una mostra che ha molti riferimenti con la mia memoria e con l’educazione che ho ricevuto a Cuba. Ho voluto mostrare una possibilità di cambiamento, una strategia di lotta, usando gli stessi strumenti che il potere usa per ‘disegnare’ le nostre vite.

Dal continente latinoamericano all’Europa, un salto notevole. Quali sono le affinità e le differenze per un artista fra due realtà geograficamente e politicamente così distanti?

-Diciamo che ci sono più affinità che differenze, specialmente per un’artista. La mia esperienza di trasferimento non è stata semplice, come per tanti altri ho dovuto imparare tutto, o quasi tutto, come un bambino. Specialmente per coloro che sono venuti dai paesi socialisti abbiamo dovuto imparare le numerose regole del sistema capitalista. La differenza più notevole, secondo me, è che voi europei siete stati i coloni, noi siamo stati i colonizzati. Da questo fatto sono derivate tante differenze e non solo di carattere storico.

Ora vive in Germania, a Düsseldorf. La situazione dell’arte contemporanea, il come è organizzata e promossa dal settore pubblico e dal settore privato, che differenza c’è fra l’Italia e la Germania?

-Ancora devo dire che è solo la mia opinione. Differenze ce ne sono tante, che provengono da diverse origini, diciamo culturali e politiche. La forma d’organizzare l’arte contemporanea e il posto che occupa nei due paesi è totalmente differente, diciamo, che è abbastanza chiaro che in Germania l’arte contemporanea è una delle punte di un sistema d’idee, che porta avanti i migliori della società tedesca, l’avanguardia. I giovani hanno più spazi, non solo per mostrare, ma anche per discutere idee e i più importanti direttori di musei tedeschi non si credono dottori e per un artista è più facile avere un contatto con loro che in Italia. Il sistema tedesco facilita programmi di residenze artistiche e tante stipendiums che dopo tutto è collegato con le accademie, i musei e le gallerie private. Voglio solo dire che è un sistema organico che da priorità all’artista.

Lei è un’artista giovane, ma già affermato a livello internazionale, ha esposto nel 2005 alla Biennale di Venezia, e in altre importanti manifestazioni internazionali, che valore ha la libertà dell’individuo nella vita, dato che ha vissuto all’Avana, dove l’espressività ha qualche limitazione?

-La libertà è forse il concetto più complesso e meraviglioso di tutti concetti esistenziali. Quando il fatto di essere libero diventa un’ossessione possiamo dire che siamo pronti per essere artisti e pronti per cominciare una lunga strada di solitudine e incomprensioni, ma alla fine il premio è così bello che vale la pena tentarlo. Io amo la liberta e se fosse possibile vendere la libertà oggi non sarei un’artista, ma un vero businessman.